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Cristiani in Terra Santa, promotori di una pace che sia “stile di vita” e non “strategia politica” Intervista al Prof. Sami Basha – ZENIT, Il mondo visto da Roma, 1° giugno 2004 - http://www.zenit.org “Solo la cultura rifiorita, la civiltà riscoperta, la buona volontà rinnovata, e non la forza politica e militare, sono capaci di porre fine a questa confusione, sono capaci di dare il vero senso alle scelte di dialogo, che possono essere i pilastri di un progetto educativo al dialogo” in Terra Santa, sostiene un esperto di Politica medio orientale di origini palestinesi. Il Dr. Sami Basha, Docente di Teologia Pastorale presso la Facoltà Teologica dell’Università dell’Italia Centrale - Firenze, in questa intervista rilasciata a ZENIT ha parlato del contributo precipuo della comunità cristiana e del valore del cristianesimo per la democrazia e la promozione di una educazione alla pace in Terra Santa. Ci può spiegare quale è l'entità della comunità cristiana in Palestina e come viene avvertita a livello sociale, nel dialogo con le altre comunità religiose, e nella sua promozione del messaggio di Pace? Sami Basha: Credo che la comunità cristiana palestinese come minoranza ha delle enorme potenzialità passate, presenti e future. Mi spiego meglio, richiamandomi all’espressione usata da un musulmano del nord Italia, intervistato dalla Tv, riguardo alla costituzione europea, il quale affermava che l’Europa ha un debito verso la cristianità. Questa frase mi sembra adatta anche al mio contesto, perché il cristianesimo in Medio Oriente e in tutto il mondo arabo, ha rappresentato la democrazia, la formazione educativa a tutti livelli, e alla difesa dei diritti umani. Questa comunità alla quale faccio riferimento, non crede alla pace come una strategia politica ma come uno stile di vita, di carità e di gratuità verso la persona umana. E pur essendo una minoranza, a mio avviso non è chiusa in se stessa, ma è una comunità che vuole salvaguardare la sua identità, la sua storia, la sua cultura e la sua fede. E’ lo stesso patriarca di Gerusalemme, nel suo Leggere e vivere la Bibbia oggi nel paese della Bibbia (p. 28), a delineare la figura dei fedeli cristiani in Terra Santa: “Noi speriamo che il nostro messaggio, oltre che dalla comunità cristiana, possa essere accolta anche dai nostri fratelli musulmani ed ebrei come contributo da parte nostra alla coesistenza e alla pace, nel rispetto delle credenze di ognuno. Noi rimaniamo aperti a ogni dialogo, perché la via da percorrere è lunga e difficile”. In altre parole il patriarca dà un grande appello alla speranza nella Terra Santa. A noi cristiani tocca solo rimanere nel cuore di questa ferita (arrivata a un livello insopportabile) e restare in mezzo ad un conflitto che sembra senza vie d’uscita. Sono parole pronunciate 10 anni or sono ma che delineano perfettamente la vocazione della Terra Santa: essa è per sua natura multi-etnica e pluriconfessionale. Solo in una quotidiana convivenza possono maturare delle soluzioni. Alcuni giorni fa lei ha preso parte, in veste di relatore, ad una conferenza tenutasi presso la Pontificia Università Gregoriana con un intervento dal titolo "Il dialogo come scommessa per la minoranza cristiana in Palestina, in un contesto pluriconfessionale". Ce ne può riassumere in breve i punti chiave e le problematiche sollevate? Sami Basha: Certo, sono convinto che l’esperienza confessionale è già una soluzione – perché nessuna delle tre religione monoteistiche ammette ciò che sta accadendo oggi in Palestina. La fede dovrebbe interessare anche le scelte politiche che non possono essere lontane da ciò in cui si crede. E anche questo: l’insegnamento cristiano dovrebbe essere finalizzato ad un cristianesimo attivo. La responsabilità per noi cristiani significa non lasciare dormire la coscienza; dire no alla indifferenza e sì al coinvolgimento. La novità che ho cercato di presentare è quella di trovarci di fronte ad una nuova scoperta della Palestina, come terra che nasconde la vera immagine dell’intera umanità, così come questa va costituendosi nell’era della globalizzazione. Ma questo incontro deve essere costruito da una comunità civile, religiosa, politica educata al dialogo. Ho cercato anche di sviluppare tre punti importanti che rispecchiano la realtà di questa comunità cristiana palestinese, ossia il suo essere: una comunità che è una minoranza, e che vive la realtà della diaspora; una comunità che rifiuta le pretese di una guida sociale che chiama alla violenza e chiude gli occhi sull’ingiustizia; una comunità luogo di dialogo aperto e coraggioso. In un discorso rivolto, questo giovedì passato, da Giovanni Paolo II ad alcuni ambasciatori presso la Santa Sede, provenienti da diversi paesi, nella maggior parte dei casi, teatri di violenti scontri, il Santo Padre ha detto: “Noi non potremo vivere in pace e il nostro cuore non potrà stare in pace fin tanto che tutti gli uomini non saranno trattati degnamente”. Quanto è valida questa affermazione in una Terra Santa insanguinata dal conflitto israelo-palestinese? Sami Basha: E’ assolutamente valida, e lo ha ripetuto anche il Patriarca di Gerusalemme diverse volte, a conferma che la coesistenza pacifica è possibile tra i palestinesi cristiani e mussulmani ed ebrei solo ad una condizione: dare indietro ai palestinesi la loro libertà come persone e come popolo. Personalmente condivido l’affermazione anche di Martin Buper (fra l’altro ebreo); “usare la fantasia reale nel determinare la loro relazione con gli arabi… Un patto può essere stabilito soltanto se preceduto dalla comprensione da parte degli ebrei dei sentimenti più intimi degli arabi”. Lui stesso conferma che l’etico religioso è superiore al politico e deve comunque impegnarlo. Collego le mie due riflessioni a Sant’Agostino, secondo il quale, l’antropologia che aveva un posto rilevante nella riflessione cristiana nell’ambito della dottrina della creazione, diventa filtro di ogni altro discorso; cioè, tutto passa attraverso l’uomo ... Per Agostino, l’uomo è ciò che è secondo la sua situazione concreta: il suo cuore, la sua coscienza … La persona umana in altre parole, diventa protagonista della scena mondiale. Invece credo e sono certo e convinto che stiamo assistendo, in silenzio, ad un fenomeno di grande confusione antropologica, in cui il concetto di persona umana non esiste più, perché prevale una sorta di politica lontana dalla natura stessa del far politica: ossia il raggiungimento del bene comune. Lei ha lavorato molto, oltre che per la pace in Medio Oriente, anche nelle attività umanitarie, prestando assistenza ai bambini disabili. Ci può raccontare della sua esperienza personale e delle attività portate avanti, in questo ambito, dal resto della comunità cristiana presente in quelle terre? Sami Basha: Credo alla frase della stesso patriarca di Gerusalemme: “Nessuno è migliore dell’altro quando diventa portatore di odio e di vendetta”. Ho lavorato in Palestina, diversi anni prima di iniziare la mia ricerca per il dottorato qui in Italia. La mia esperienza è stata divisa tra il Nord e Il Sud della Palestina, a Betlemme al Centro della Famiglia (“Holy Family Center”) ho toccato con le mani la vera sofferenza dei tanti bambini che oggi mai come prima hanno bisogno del nostro aiuto morale. E nello stesso momento ho stabilito un centro a Jenin, che si occupava dei bambini affetti da disturbi a causa dell’occupazione. Queste due esperienze in modo particolare, mi hanno fatto capire meglio che il nostro scopo principale è quello di prevenire e cercare di costruire una pace giusta, altrimenti verrà il tempo per noi di pagare il prezzo della conseguenza della guerra che non è mai civile. Ho visto che a prevalere sulle spinte ideali dell’etica è la forza militare. Sembra che là l’uomo abbia dimenticato le proprie tradizioni. E questa confusione coinvolge tutti i campi. Perciò di fronte alla forza politica devono esistere altre soluzioni che possano assicurare un futuro migliore per tutti gli abitanti della regione. Solo una formazione – che diventi istituzionale e curriculare – capace di cambiare l’immagine dell’altro, che faccia cadere la maschera del nemico e lo sveli come partner ad ogni livello; un’educazione al dialogo costruttivo che ci insegna ad imparare dall’altro. Fare luce sulla realtà dei due Territori porterà inevitabilmente a concepire un intervento attivo, fra cui un rinnovamento concreto dell’istituzione per ripensare l’assetto educativo e perché si sviluppi una reale “Pedagogia di pace”. Ma ribadisco da parte mia che solo la cultura rifiorita, la civiltà riscoperta, la buona volontà rinnovata, e non la forza politica e militare, sono capaci di porre fine a questa confusione, sono capaci di dare il vero senso alle scelte di dialogo, che possono essere i pilastri di un progetto educativo al dialogo. Potrebbe accennare a grandi linee al contenuto dell'iniziativa di cui anche lei si farà portavoce alla conferenza da tenersi a Losanna? Sami Basha: Si terrà a Losanna in Svizzera, dal 23 fino al 25 del mese di giugno, la prima conferenza per uno solo stato democratico in Palestina dal titolo "One Democratic State in Palestine/ Israel". La Conferenza è stata organizzata dal "Collective for peace in Palestine/Israel", il quale riunisce insieme associazioni tese a promuovere la riconciliazione e la pace fra Palestina e Israele avanzando come soluzione la formazione di un unico stato democratico che garantisca uguali diritti per tutti i suoi abitanti, senza discriminazione di sorta per sesso e religione, riconoscendo al contempo il diritto dei rifugiati palestinesi di poter far ritorno nelle proprie terre. Il tutto con finalità costruttive e non polemiche. Durante la conferenza verrà lanciata la cosiddetta “iniziativa Losanna”. |
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