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Pellegrini in Terra Santa Parte Prima La Terra Santa è il sogno di ogni cristiano. Ed è anche una realtà: una quotidianità fatta di conflitto e memoria, di ricchezze e paura, di forti sentimenti, di fede e di odio….. Una realtà di violenza che da alcuni anni spaventa e allontana i pellegrini di tutto il mondo da questi luoghi sacri, patrimonio dell’umanità. L’Ufficio Nazionale per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese, la CEI e il Servizio nazionale per la Pastorale giovanile, hanno pensato allora di organizzare un pellegrinaggio di pace nei luoghi dove Gesù ha vissuto e presso le comunità cristiane di Palestina, che, con la loro presenza, possono definirsi “la memoria collettiva vivente dell’avvenimento storico che si chiama Gesù Cristo”. Così, diciotto giovani italiani, appartenenti a movimenti e realtà cattoliche differenti, sono partiti verso Gerusalemme e dal 9 al 16 aprile hanno attraversato il paese da nord a sud visitando i luoghi simbolo della storia cristiana. (9 aprile) La prima emblematica tappa del loro viaggio sono state le spiagge di Cesarea Marittima, porto romano da cui salpavano le navi verso Roma e verso il mondo allora conosciuto. Da qui San Paolo e i primi giudeo- cristiani perseguitati, hanno preso il largo verso altre terre, portando nel mondo il messaggio di amore e di fratellanza. Forse quegli uomini saranno partiti voltando le spalle all’orizzonte del Mare Mediterraneo e fissando lo sguardo su quelle spiagge che non avrebbero più rivisto: ma proprio per il loro dolore oggi il mondo conosce la gioia di Cristo. Da questo momento ogni angolo del paesaggio diviene parte del pellegrino, perché se il passato di questi luoghi gli appartiene in modo così intimo, gli appartiene anche il presente. Il viaggio prosegue verso Nazareth, “la città dell’annuncio”, dove è subito evidente, anche qui, un conflitto strisciante e mai sopito, che trasforma amici e vicini in aggressori. Da un decennio il popolo ebreo ha preso ad insediarsi anche in queste piccole cittadine, cambiandone la fisionomia e gli equilibri tra le etnie. Venti anni fa la percentuale di cristiani a Nazareth superava gli islamici. Oggi i cristiani sono solo il 15% ed i rapporti con la maggioranza arabo- islamica si sono deteriorati. Monsignor Giacinto Marcuzzo, vescovo della diocesi di Nazareth, accoglie i giovani pellegrini celebrando la Santa Messa nella Basilica che custodisce la piccola grotta da cui è partito l’annuncio di una nuova vita, la “buona novella”, là dove l’angelo di Dio ha portato il suo saluto ad una giovane israelita. Qui ogni pietra ed ogni forma del paesaggio ricorda le parole del vangelo: chi percorre le valli e le alte colline, attraversa i villaggi e le città, viene conquistato dalla vita che rende straordinariamente attuali le parole di Gesù. Non a caso don Giuseppe Pellegrini e don Giuseppe Andreozzi (responsabili dell’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese) fanno iniziare la visita ai luoghi sacri dal Monte Tabor (10 aprile), dove Dio per la prima volta si è rivelato sul volto di un uomo: Gesù. Questa è stata l’esperienza di Pietro, Giacomo e Giovanni: c’è un tempo ed un luogo, nella vita di ciascuno, in cui Dio si rivela e viene incontro all’uomo facendogli esclamare “è bello stare alla Tua presenza!”. Poi si scende dal monte e si va per le vie della Galilea… verso nord, ad Haifa, la città più moderna e “occidentale”, insieme a Tel Aviv. Questa è l’occasione per incontrare i giovani palestinesi e le loro famiglie, nel loro ambiente, discutendo con loro concretamente e sinceramente sulla difficoltà di essere cristiani in Terra Santa. È proprio la responsabile della Scuola Cattolica ad Haifa, Suor Albertina, che introduce il problema dell’identità araba ed arabo- cristiana in Israele: una questione complessa e spinosa che vede contrapposte posizioni inconciliabili. Ciascuno rivendica, solo per sé, l’autorità e la terra che da sempre sono appartenute al proprio popolo: rinunciare al possesso della terra significa rinunciare alla propria identità di popolo. Un giovane diplomato della Scuola Cattolica così vorrebbe risolvere la spirale di violenza in cui egli stesso vive ogni giorno: “rispettando i diritti umani e civili di tutte le etnie ed i popoli della Palestina geografica, e riconoscendo l’esistenza di arabi- cristiani”. Chi abita in occidente non può comprendere facilmente la profondità di queste richieste: la stessa bandiera dello stato di Israele porta al centro la stella di David che contraddistingue tutti gli appartenenti (discendenti) al popolo ebraico: chi non ne fa parte non può identificarsi con tale bandiera e tale stato. Dall’altro lato, tra popolazione araba e religione islamica si vuole far correre una perfetta corrispondenza: come giustificare allora l’esistenza di arabi non mussulmani? Per questo motivo i cristiani di Terra Santa (per il 90% arabi), chiedono di non essere dimenticati dalla chiesa universale, ma di potersi sentire sostenuti ed incoraggiati dall’unica famiglia a cui sicuramente appartengono: quella di Cristo. Condividere la cena, le esperienze, i racconti e le speranze per il futuro con le famiglie che li hanno ospitati, ha permesso ai giovani pellegrini italiani di comprendere un po’ di più il senso delle complicate vicende di questi luoghi e la sensazione d’impotenza e sopraffazione che spinge tanti (cristiani) ad emigrare in paesi più sicuri. L’incontro, successivo, con i giovani della parrocchia di San Giuseppe a Nazareth, ha segnato un momento importante: la festosità e la gioiosa accoglienza tipica del popolo arabo sono culminate nella recita del Padre Nostro in lingua araba, affidando al Padre tutte le attese di pace, di amore e di giustizia, come fece per la prima volta Gesù, che ha pregato proprio in questi luoghi, con le parole che noi oggi ripetiamo. È proprio quest’incontro con le “pietre vive” di Terra Santa che rende il pellegrino consapevole di essere a casa. In un viaggio così, le emozioni ed i salti spirituali si rincorrono e rendono ogni particolare indimenticabile. La visita al Lago di Tiberiade ed al Monte delle Beatitudini (11 aprile), con la Santa Messa celebrata sulle pendici del monte, evocano la potenza rivoluzionaria del messaggio di Cristo. Questi giovani pellegrini di pace sono stati certamente una goccia nel mare; ma la loro mite e discreta presenza in questi luoghi, in questi tempi di guerra, è la dimostrazione che la “rivoluzione della debolezza” attraversa i secoli: ciò che l’amore ha seminato fiorisce nel tempo. Seconda parte Pellegrini in Terra Santa Ben diversi sono i sentimenti che si vivono tra le mura di Gerusalemme. Qui, nella “città santa”, in poco spazio si sono svolte alcune delle tappe più importanti della vita di Gesù e della nascente Comunità Cristiana. Inoltre la città sacra agli ebrei, ai cristiani ed ai mussulmani, mostra le sue molte anime ad ogni passo. Basta imboccare un vicolo o svoltare un angolo per trovarsi alternativamente di fronte una chiesa, un minareto o le vecchie mura della città davidica…. Ma ciò che potrebbe essere il luogo eletto per l’armoniosa convivenza di tutti i figli di Abramo è invece, crogiuolo di odi e violenze. E questo è un argomento molto sentito dai giovani, che, oggi più che mai, chiedono ai capi di governo ed ai responsabili politici, strategie di pace e non di guerra. Il colloquio con alcune personalità della Chiesa Cattolica a Gerusalemme aiuta a porsi nella giusta prospettiva per leggere i fatti e mantenere un animo saldo ed aperto all’amore verso tutti, pur difendendo con forza la propria fede. Il Nunzio Apostolico in Terra Santa, monsignor Pietro Sambi, nell’accogliere i suoi giovani ospiti (13 aprile), non risparmia loro la realtà dei fatti. Come tanti, anche lui subisce l’arroganza di estenuanti e ripetuti controlli ai posti di blocco israeliani, che non perdono occasione per ricordare a chiunque che quella è la loro terra, la loro “casa”: ogni non- ebreo è un turista o, nella migliore delle ipotesi, un ospite. Tuttavia, monsignor Sambi consiglia di non concentrarsi sull’odio, per non cadere nella sua spirale. I cristiani sono chiamati a coltivare rapporti di amore e fratellanza e questo è l’unico inizio per un avvenire di pace e di verità. Dall’altro lato, padre Giovanni Battistelli, francescano Custode della Terra Santa, ricorda che molti uomini, molti frati, molti cristiani, hanno dato la vita, il sangue, “letteralmente per non perdere un metro di terra, o il diritto di celebrare la Messa in questi luoghi”. Oggi, la crisi economica, che deriva dal perenne stato di guerriglia, ha colpito principalmente chi viveva del turismo dei pellegrini: cioè i cristiani di diverse denominazioni e gli arabi, che precipitano sempre più in una condizione di miseria. Questo alimenta una lenta e costante “emorragia” di cristiani in fuga dalla Terra Santa, mettendo a repentaglio la proprietà delle terre e dei luoghi che, se abbandonati, verrebbero immediatamente acquistati e trasformati dallo stato israeliano. Attraversare le porte di Gerusalemme (12 aprile) ed entrare nella città vecchia, dove “ogni pietra conta almeno mille anni” trasmette un’emozione difficile da descrivere. Questa città è appartenuta a così tanti popoli che la sua santità viene quasi offuscata dalle cicatrici e dai segni che ciascuno vi ha lasciato, come i colpi di cannone della guerra del 1967 con cui Israele riconquistò il possesso della città. Ancora oggi, ciascuno si sente sicuro (più o meno) solo dentro il suo cerchio: anche gli edifici degli ordini religiosi, e in genere quelli che appartengono al Vaticano, hanno, anch’essi (!), una bandiera che li identifica. Così si rende evidente ancor di più la coesistenza in un piccolo spazio di diversità e di avversità…Ma sopra ogni considerazione di ordine politico o sociale vi è l’emozione di camminare per le strade della città santa, amata da Gesù. La basilica del Santo Sepolcro custodisce i resti di ciò che è stato identificato come il luogo della crocifissione di Gesù, l’altura del Golgota, e il luogo della sua deposizione, ormai inglobato in un’unica grande e composita costruzione. Il risultato è molto lontano da ciò che un credente europeo può immaginare, circa i luoghi dove si sono svolti i fatti narrati dai Vangeli. Le costruzioni si sono susseguite ed accavallate come le conquiste …. Inoltre la disgregazione dell’unica chiesa di Cristo in molte denominazioni diverse, ha contribuito a rendere il culto che qui si celebra, frammentato in diversi riti, culturalmente ed, a volte, teologicamente distanti tra loro: oriente e occidente, passato e presente, tradizione e modernità, fede e folklore sono inscindibili. Ancora una volta la bontà dei francescani riesce a vedere in questi arditi accostamenti stilistici, e religiosi, un grande “giardino pieno di piante e fiori colorati tutti diversi tra loro”: tutti rendono lode a Dio. Dopo la visita al Santo Sepolcro il pensiero corre subito al luogo conosciuto in tutto il mondo come “muro del pianto”: così chiamato perché le preghiere degli ebrei ortodossi vengono recitate con un’intensa partecipazione anche fisica, che li fa dondolare e cantilenare, dando l’impressione di un “pianto sul muro”. In realtà queste antichissime pietre sono ciò che rimane dell’antico Tempio di Gerusalemme, le cui fondamenta sono ora da pavimento alla grande Moschea di Omar (la cupola dorata che si vede in tutte le cartoline) che con il muro confina.................... Terza parte Pellegrini in Terra Santa La Domenica delle Palme (13 aprile) i giovani pellegrini si recano a Betlemme, il luogo dove per primi gli angeli cantarono “Osanna a Dio nell’alto dei Cieli e Pace in terra agli uomini che Egli ama”. Il Check Point che controlla l’ingresso e l’uscita della cittadina è severo ma gentile. Gli italiani godono di buon credito ed i turisti anche. Ma è chiaro dai sorrisi dei militari (ragazzi poco più che ventenni e qualche adulto dall’aspetto molto navigato) che per loro un pellegrinaggio nei luoghi della vita di Gesù non ha molto senso …. Oltrepassato il Check Point si attraversa la città che è ormai una “città fantasma”. Le case e gli alberghi che si affacciano sulla strada, portano i segni della guerra: fori di pallottole e di obici, mura abbattute e vetri sfondati, asfalto stracciato dal passaggio dei carri armati. Nessuno per le vie. In questo clima si arriva alla bella Basilica della Natività tristi e quasi increduli. I pochi anziani mussulmani, seduti in piazza, ricordano e raccontano che prima del 2000, prima della ripresa delle ostilità, la Domenica delle Palme era vissuta come un “bagno di folla”: migliaia di fedeli e di pellegrini da tutto il mondo. Quel giorno sul piazzale c’erano un centinaio di persone e meno di trenta pellegrini. Ma, per quanto si avverta la tensione di un luogo di guerra, pensando alla nascita di Gesù non si riesce a trattenere i sorrisi. Basta guardarsi, basta guardare un piccolo fedele vestito a festa per pensare al Natale. Ancora una volta gli uomini si trovano in una misera condizione materiale, morale e spirituale: ma la cosa importante e che Lui ancora oggi nasca e rinasca tra gli uomini. A Betlemme ci sono ancora famiglie cristiane. Dopo la Basilica è stato scelto come luogo di pellegrinaggio il Baby Hospital (vicino Betlemme) gestito da suore Elisabettiane di Padova. È un’oasi di amore. Qui vengono accolti i più piccoli, i più indifesi, le vittime innocenti della miseria causata dallo stato di guerra: molte delle patologie, spiega suor Ileana la responsabile, sono legate alla condizione di malnutrizione in cui versano queste popolazioni. Anche a Gerusalemme la Domenica delle Palme viene ricordata con una lunga processione che parte da Betania (una delle colline di fronte Gerusalemme) per entrare nella città vecchia. I fedeli procedono tenendo in mano ramoscelli di ulivo e rami di palma, i bambini più piccoli vanno a dorso di asinelli bianchi, la gente si raccoglie in gruppi che cantano o recitano inni. La città si estende su molte colline ed è splendida investita dalla luce del tramonto. Nel 1948 (alla costituzione dello stato israeliano) Gerusalemme contava più di 20.000 cristiani, oggi ne sono rimasti poco più di 4.000. Anche qui, nell’impossibilità di costruirsi un futuro si emigra verso altre terre. Mentre si cammina per le strette e antiche strade della città, cresce la gratitudine per la costante e salda presenza dei francescani, che oggi stanno lavorando per costruire 392 nuovi appartamenti proprio a Gerusalemme, fiduciosi dell’aiuto e del sostegno di tutta la cristianità: le case serviranno ad ospitare e dare sicurezza alle giovani coppie cristiane che, nonostante tutto, decidono di rimanere in Terra Santa. Grazie alla premurosa operosità dei don Giuseppe è possibile per il piccolo gruppo italiano celebrare la messa nella Cappella del Santo Sepolcro: è l’occasione per venire in contatto con un altro dei paradossi di questa terra: lo status quo. Vige una particolareggiata serie di leggi e regolamenti che tutte le denominazioni cristiane sono tenute ad osservare nella gestione dei luoghi sacri di proprietà comune, pena la perdita di qualsiasi diritto. Vengono rispettati alla lettera orari, protocolli di comportamento, cerimoniali e formalità risalenti a secoli fa, per evitare di mettere in discussione ciò che si è raggiunto, degenerando in un estenuante dibattito di cui ebrei e mussulmani potrebbero approfittare. Con grande dolore si scopre che la disunità è presente anche nella famiglia cristiana. Nella visita ai luoghi di culto ci sono alcune tappe importanti che fanno pensare alla nascita del cristianesimo. Come la sala dell’ultima cena (il Cenacolo) o la Basilica della Deposizione e il Sepolcro della Vergine. Anche nella loro diversità di stili e di appartenenza religiosa (il primo e l’ultimo appartengono alla chiesa ortodossa) tutti questi luoghi ricordano e lasciano sperimentare la forza della comunità: la prima comunità di seguaci di Cristo, ancora clandestini, forti solo del loro amore reciproco. Quarta parte Pellegrini in Terra Santa Quasi a conclusione del pellegrinaggio (14 aprile) ci si prepara per la visita alla comunità cristiana di Ramallah. È la tappa più pericolosa ma, importante e desiderata tanto quanto la visita ad un luogo di culto. Ramallah è una città simbolo, è attualmente la sede del Governo Palestinese, dove risiede Arafat: tanti dei servizi giornalistici trasmessi in occidente vengono registrati qui. Diciotto giovani italiani possono parlare e confrontarsi liberamente con altrettanti coetanei palestinesi cristiani, della Parrocchia della Sacra Famiglia. Possono parlare confidenzialmente, senza neanche la presenza dei Padri: le domande e le risposte sono dirette e talvolta inquietanti nella loro crudezza. Percorrendo in pullman e a piedi le strade della città, che lo scorso anno ha subito un lungo assedio, si ha la chiara percezione del senso della vita in Terra Santa. Quando esci di casa la mattina e saluti i tuoi cari, che tu sia mussulmano o ebreo o cristiano, sai che potrebbe essere l’ultima volta che vedi i tuoi familiari o le tue cose, la tua casa, il tuo paese. Si vive immersi in un incerto presente, in cui le uniche vie d’uscita sembrano essere l’esilio volontario o la lotta armata per conquistare la sicurezza di vita essenziale ad ogni uomo. Alla domanda “cosa pensate degli attacchi suicidi?” i giovani cristiani di Ramallah hanno risposto “è gente disperata!” “le condizioni in cui vivono li portano a questo”. Dunque, non una condanna netta. Osservando meglio la città ed i suoi abitanti si possono notare i paradossi della cultura araba. La gente per le strade è povera ma dignitosa, ci sono molti negozi e tante gioiellerie. Accanto ai palazzi diroccati e disastrati dalla guerra sorgono palazzi nuovi, moderni. Le rovine dei vecchi sono state lasciate lì per ricordare e …per l’Occidente. Legge dello stato e tradizione mussulmana si confondono in molti tratti, tra cui l’aiuto ed il sussidio agli orfani ed alle vedove dei “martiri per la patria”, cioè i terroristi suicidi. I cristiani vengono trattati con gentilezza e rispetto perché nel Corano c’è scritto che i fedeli di Allah sono i protettori dei seguaci di Cristo (profeta). Parlando con i militari addetti alla sicurezza del Palazzo del Governo è chiarissimo che per loro Palestina significa Arafat, e Arafat significa diritto di autodeterminazione. Qui nessuno del popolo pensa ad uno stato palestinese senza di lui. Guardando i giovani passanti (ragazzi e ragazze) si nota che molti sono belli, ben impostati, in piena salute anche se vestiti in modo dimesso. Viene un dubbio però: che siano tutti “addestrati”? Inoltre, dei tanti figli che una famiglia araba mette al mondo solo i più forti raggiungono l’età adulta. Le notizie e le immagini filtrate attraverso i media non danno l’idea di ciò che realmente è la vita di un giovane qui a Ramallah. Non potersi muovere nella propria città, non poter incontrare gli amici o i parenti, non poter completare gli studi, non poter lavorare, e molti altri “non” rendono cinici questi giovani amici. Arrivato il tempo, è duro lasciarsi sapendo di non poter fare molto di concreto per questi nuovi amici. Nel corso degli spostamenti è possibile avvistare gli “insediamenti” israeliani, ben visibili percorrendo le strade che attraversano il paese: sono l’emblema di una “difficoltà di comunicazione” tra poli opposti ma uguali. La promozione di questi insediamenti è opera di fondamentalisti ebrei, paragonabili a tutti gli altri fondamentalismi per la durezza delle regole di vita. Ed anche in questo caso le donne pagano il prezzo più alto! Ultimo giorno a Gerusalemme (15 aprile). C’è la possibilità di rendere omaggio ad un personaggio italiano ora ospite della città santa: è l’incontro con il cardinale C. M. Martini. La sua profondità di fedele e di studioso affascina i cristiani di ogni generazione, giovani e meno giovani. Egli ha scelto di completare la sua vita a Gerusalemme, sfruttando il tempo che gli resta per essere più vicino a Dio me anche alla Sua Chiesa, là dove essa soffre. Proprio questa sua testimonianza ridimensiona i sentimenti o le opinioni di ciascuno: prima di ogni altra cosa bisogna pensare che qui c’è Cristo che soffre. L’ultimo luogo sacro che i giovani pellegrini possono visitare è l’orto degli ulivi e la chiesa adiacente, che custodisce, sotto l’altare centrale, la pietra su cui, la tradizione vuole, abbia pregato Gesù la notte prima della sua passione. Tutti pregano inginocchiati intorno all’altare con le mani poggiate sulla grande lastra di pietra affiorante dal terreno, in una posizione “quasi mussulmana”. È l’ultima preghiera in un luogo consacrato in questa Terra Santa: domani partiranno prima dell’alba. Ma che cosa si può chiedere a Dio nell’Orto degli Ulivi? Questo è il posto che ha visto le lacrime di Gesù, ebreo che stava per essere tradito e ucciso dai suoi amici e connazionali, che stava per vedere smentite tutte le sue parole di amore e di pace, che con la sua morte arrecava un dolore immenso a sua madre ed ai suoi amici più cari, che in nome dell’amore avrebbe sperimentato la possibilità di non sentirsi più amato, nemmeno dal Padre. Per quello che è stata la vita, soltanto umanamente, la vita di Gesù di Nazareth si comprende che la pace in Palestina è prima di tutto un dono di Dio, un miracolo del suo Amore: non la si può aspettare dagli uomini, bisogna ottenerla come un dono da Dio. La sua insuperabile fantasia creatrice troverà strade impensate nei cuori degli uomini. Davvero vengono in mente le parole di Giovanni “noi amiamo perché lui per primo ci ha amati”. Dunque si può anche accettare la “sconfitta” se questa è amore: l’Amore si riprenderà una rivincita nella storia degli uomini, quale gli uomini non sanno immaginare. Cristo e la sua Chiesa ne sono l’esempio. Questa è la bellezza più grande che ci si porta via dalla Terra Santa, dalla terra di Gesù. I semi che Gesù ha piantato per primo in Galilea sono sempre lì: sono i cristiani di Nazareth, di Gerusalemme, di Betlemme che vivono un tempo e una vita difficile come quella di duemila anni fa. Riconquistare Gerusalemme oggi significa riconquistare la vita e la gioia di questi fratelli speciali. |
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